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La prima volta che ho sentito parlare di Aung San Suu Kyi e’ stato, come spesso mi accade, attraverso il mondo seriale, ovvero tramite un film   statunitense dedicato alla situazione birmana.
Il titolo del film era Beyond Rangoon, con protagonista Patricia Arquette e regista John Boorman, ed era del 1995.
Non era un film eccelso, e neppure orrendo,quel che si dice un’onesto prodotto medio, che pero’ aveva il pregio di portare alla ribalta un problema che le persone che non si interessano quotidianamente di quali popoli soffrono e quali guerre ci sono in corso nel mondo, ignora, anche perche’ magari vuole ignorarli, e preferisce di gran lunga vivere in Matrix.

Del resto spesso penso anch’io che una bella bistecca, anche se finta, sia meglio di una pappetta proteica, ma vera.
Ma questa e’ un’altra storia.

E da allora non e’ che qualcuno abbia messo in luce piu’ di tanto la cosa, fino a qualche giorno fa, ovvero 12 anni dopo, quando i media hanno deciso di dedicargli un po’ d’attenzione in maniera visibile, e non con un trafiletto in ventesima  pagina.
E Aung San Su Kyi e’ ancora li’, come la ricordavo, anche perche’ l’attrice che la interpretava nel film, in quell’attimo in cui i destini della protagonista si incrociano con lei, aveva una notevole somiglianza con quella reale.
Ma forse e’ solo perche’ noi occidentali fatichiamo un po’ a distinguere le differenze dei tratti asiatici.
Di lei ricordo uno sguardo incredibilmente sereno,malgrado le prove a cui gia’ allora era stata sottoposta, lo stesso sguardo che ho ritrovato nelle immagini piu’ recenti.
E non riesco ad immaginare la sua forza d’animo, per quanto mi sforzi.
Proprio non riesco ad immaginarla.